Il diritto alla provvigione nell’esercizio dell’attività occasionale di agente d’affari in mediazione

L’agente d’affari in mediazione è colui che mette in relazione due o più parti per la conclusione di un affare, senza essere legato ad alcuna di esse da rapporti di collaborazione, di dipendenza o di rappresentanza (art. 1754 c.c.) nei settori immobiliare, merceologico e dei servizi.

L’attività di agente d’affari in mediazione, anche se svolta in modo discontinuo o occasionale, è disciplinata dalla Legge 03 febbraio 1989, n. 39 e successive modifiche.

L’art. 2 della predetta legge prevede che coloro i quali intendono svolgere un’attività di mediazione, anche se esercitata in modo discontinuo o occasionale, devono richiedere l’iscrizione al ruolo degli agenti d’affari in mediazione istituito presso ciascuna Camera di Commercio; viene, inoltre, richiesto agli interessati il possesso di specifici requisiti, quali:

  1. essere cittadini italiani o cittadini di uno degli Stati membri della Comunità economica europea, ovvero stranieri residenti nel territorio della Repubblica italiana e avere raggiunto la maggiore età;
  2. avere il godimento dei diritti civili;
  3. risiedere nella circoscrizione della camera di commercio, industria, artigianato e agricoltura nel cui ruolo ci si intende iscrivere;
  4. aver assolto agli impegni derivanti dalle norme relative agli obblighi scolastici vigenti al momento della loro età scolare;
  5. avere conseguito un diploma di scuola secondaria di secondo grado, avere frequentato un corso di formazione ed avere superato un esame diretto ad accertare l’attitudine e la capacità professionale dell’aspirante in relazione al ramo di mediazione prescelto, oppure avere conseguito il diploma di scuola secondaria di secondo grado ed avere effettuato un periodo di pratica di almeno dodici mesi continuativi con l’obbligo di frequenza di uno specifico corso di formazione professionale;
  6. salvo che non sia intervenuta la riabilitazione, non essere stati sottoposti a misure di prevenzione, divenute definitive, a norma delle leggi 27 dicembre 1956, n. 1423; 10 febbraio 1962, n. 57, 31 maggio 1965, n. 575; 13 settembre 1982, n. 646; non essere incorsi in reati puniti con la reclusione ai sensi dell’articolo 116 del regio decreto 21 dicembre 1933, n. 1736, e successive modificazioni; non essere interdetti o inabilitati, falliti, condannati per delitti contro la pubblica amministrazione, l’amministrazione della giustizia, la fede pubblica, la economia pubblica, l’industria ed il commercio, ovvero per delitti di omicidio volontario, furto, rapina, estorsione, truffa, appropriazione indebita, ricettazione, emissione di assegni a vuoto e per ogni altro delitto non colposo per il quale la legge commini la pena della reclusione non inferiore, nel minimo, a due anni.

L’iscrizione del mediatore nei ruoli istituiti presso le Camere di Commercio costituisce un obbligo legislativo che discende da una norma imperativa, non derogabile dalla volontà delle parti (Cass. Civ., sez. III civ., sent. 9 febbraio 2023, n. 4019); di conseguenza, ai sensi dell’art. 8 della legge n. 39/1989, chi esercita l’attività di mediazione senza essere iscritto nel ruolo può essere punito con la sanzione amministrativa del pagamento di una somma compresa fra € 7.500,00 e € 15.000,00, oltre che alla restituzione delle provvigioni eventualmente già percepite.

Il ruolo dell’agente d’affari in mediazione di cui all’art. 2 della legge n. 39/1989 è stato soppresso dall’art. 73 del d.lgs. 26 marzo 2010, n. 59, il quale, tuttavia, non ha abrogato le disposizioni della legge del 1989 che disciplinano i requisiti professionali, morali, personali e di indipendenza necessari al fine di svolgere le attività di cui al Capo XI del Titolo III del Libro IV del codice civile.

L’art. 73 del d.lgs. n. 59/2010 stabilisce che le attività disciplinate dalla legge n. 39/1989, ovvero i servizi di intermediazione commerciale e di affari, sono soggetti ad una dichiarazione di inizio attività (SCIA) da destinare alla Camera di Commercio competente, corredata dalle autocertificazioni e dalle certificazioni attestanti il possesso dei requisiti prescritti. La Camera di Commercio, una volta verificato il possesso dei requisiti necessari, provvede all’iscrizione dei relativi dati nel repertorio delle notizie economiche e amministrative (REA).

Attualmente la disciplina analitica inerente le modalità d’iscrizione degli agenti d’affari in mediazione nel registro delle imprese, se si tratta di un’attività svolta nella forma d’impresa, o nel repertorio delle notizie economiche e amministrative (REA) sono contenute nel decreto del Ministero dello Sviluppo Economico del 26 ottobre 2011.

Se l’attività di mediatore viene praticata in modo discontinuo o occasionale, ai sensi dell’art. 12 del decreto MSE del 26/10/2011, può essere esercitata solo per un periodo non superiore a sessanta giorni, previa stipula di una polizza assicurativa a copertura dei rischi professionali previsti dalla normativa, ed è subordinata all’iscrizione nell’apposita sezione del REA delle persone fisiche che esercitano detta attività.

In merito al diritto alla provvigione a seguito dell’esercizio dell’attività di mediatore occasionale, ai sensi dell’art. 6 della legge n. 39/1989, tale diritto spetta SOLO a coloro che sono iscritti nei ruoli; coloro i quali, invece, non sono iscritti nei ruoli NON hanno alcun diritto alla provvigione. Sul punto la giurisprudenza della Suprema Corte di Cassazione, ha più volte ribadito il principio secondo cui l’attività di mediazione, anche se esercitata in modo occasionale o discontinuo, da chi non è iscritto al ruolo degli agenti d’affari in mediazione rende inesigibile la provvigione (cfr. Cass. civ., sez. III, sent. 15842 del 10/07/2014; Cass. civ., sez. III, sent. 10205 del 10/05/2011).

Inoltre, chi ha esercitato un’attività di mediazione, seppur occasionale, senza essere iscritto al ruolo non può nemmeno esperire l’azione generale di indebito arricchimento di cui all’art. 2041 c.c., ossia quell’azione concessa nei confronti di chi, senza giusta causa, si sia arricchito a danno di un’altra persona, atteso che l’art. 8 della legge n. 39/1989 comporta l’esclusione di ogni possibilità di conseguire un compenso per l’attività di mediazione svolta da un soggetto non iscritto (Cass. civ., sez. III, sent. 10205 del 10/05/2011).

In conclusione, coloro i quali esercitano un’attività di mediazione occasionale senza essere iscritti al ruolo istituito presso la Camera di Commercio, anche se tale attività abbia proficuamente favorito la conclusione di un accordo tra le parti messe in relazione, non hanno diritto ad alcun compenso (provvigione), né possono esperire un’azione di indebito arricchimento di cui all’art. 2041 c.c.

 

Accordi di ristrutturazione nel codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza

Il codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza riserva una significativa importanza agli accordi di ristrutturazione  (artt. 57-63 CCII) recependo la normativa già esistente (art. 182 bis l.f.) e aggiungendo nuove tipologie. L’accordo di ristrutturazione dei debiti può assumere un contenuto assai vario dal punto di vista negoziale, potendo tradursi in un pactum de non petendo, in una remissione parziale del debito, in una costituzione di garanzia, in una concessione di nuova finanza; il contenuto dell’accordo potrebbe essere anche di natura meramente liquidatoria. L’accordo, dunque, attraverso la ristrutturazione dei debiti, può perseguire sia finalità di riequilibrio della situazione finanziaria, sia finalità esclusivamente liquidatorie.

Se il Legislatore lascia grande libertà circa il contenuto degli accordi, impone precisi e dettagliati obblighi in capo alle parti: la condotta deve essere improntata ai canoni di veridicità, trasparenza, celerità e i creditori hanno il dovere di collaborare lealmente con il debitore e gli organi della procedura. In ossequio al principio di trasparenza delle trattative l’accordo deve essere sempre accompagnato dal piano economico finanziario che ne consenta l’esecuzione.

È richiesto che il piano e gli accordi siano accompagnati dalla relazione di un professionista indipendente (c.d. attestazione) che attesti la veridicità dei dati aziendali e la fattibilità economica del piano. L’attestazione deve specificare che l’accordo ed il piano debbono essere in grado di soddisfare integralmente il pagamento dei creditori dissenzienti nel termine di 120 giorni dall’omologazione nel caso di crediti già scaduti o di 120 giorni dalla scadenza nel caso in cui tali crediti non siano scaduti alla data della medesima omologazione.

Nell’accordo di ristrutturazione “ordinario” è necessario che i creditori aderenti rappresentino almeno il 60% dell’esposizione debitoria complessiva; i creditori dissenzienti dovranno essere pagati nel termine di 120 giorni di cui sopra.

Dunque la disciplina prevede una fase stragiudiziale in cui l’imprenditore deve acquisire il consenso di almeno il 60% del ceto creditorio per la conclusione di un accordo “ordinario” per la ristrutturazione dei debiti ed una fase giudiziale rappresentata dall’obbligo conclusivo di omologazione da parte del Tribunale a seguito del deposito della domanda di accordo. Gli effetti dell’accordo di ristrutturazione si estendono ai soci illimitatamente responsabili, ad eccezione del caso in cui questi abbiano prestato garanzia (es. fideiussione).

 

Pignoramento di quote societarie cedute ad una società fiduciaria

Il pignoramento di quote societarie è uno strumento che permette al creditore di soddisfare il suo credito attraverso la vendita delle quote della società che risultino appartenere al debitore.

La disciplina specifica è dettata dall’art. 2471 c.c. secondo cui “La partecipazione può formare oggetto di espropriazione. Il pignoramento si esegue mediante notificazione al debitore e alla società e successiva iscrizione nel registro delle imprese. L’ordinanza del giudice che dispone la vendita della partecipazione deve essere notificata alla società a cura del creditore. Se la partecipazione non è liberamente trasferibile e il creditore, il debitore e la società non si accordano sulla vendita della quota stessa, la vendita ha luogo all’incanto; ma la vendita è priva di effetto se, entro dieci giorni dall’aggiudicazione, la società presenta un altro acquirente che offra lo stesso prezzo. Le disposizioni del comma precedente si applicano anche in caso di fallimento di un socio.”

Ma come procedere nel caso in cui le quote di una S.r.l. siano state cedute dal debitore ad una società fiduciaria? Ebbene, sul punto sono emersi alcuni dubbi in merito all’individuazione del soggetto titolare effettivo delle partecipazioni e sullo strumento processuale da utilizzarsi.

È intervenuto quindi sul punto il Tribunale di Torino con sentenza del 3 giugno 2016.

Il Giudice torinese nella citata pronuncia ha preliminarmente chiarito che alla società fiduciaria è riconosciuta la sola legittimazione ad esercitare in nome proprio un diritto altrui (del mandante), il quale viceversa conserva l’effettiva titolarità delle quote societarie.

Conseguentemente, le azioni e le quote intestate a società fiduciarie non possono per ciò essere sottratte ai creditori, i quali, procedendo ai sensi dell’art. 543 c.p.c., potranno dare avvio ad una espropriazione presso terzi, al fine di accertare l’effettiva titolarità della partecipazione in capo al debitore per tramite della dichiarazione positiva del terzo ex art. 547 c.p.c. o del successivo accertamento ex art. 549 c.p.c..

Sul piano attestato di risanamento come previsto dal Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza

Il Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza all’art. 56 norma il piano attestato di risanamento, istituto già previsto dalla precedente Legge fallimentare all’art. 67, comma 3, lett. d). Si tratta di strumento negoziale stragiudiziale di regolazione della crisi d’impresa rivolto all’imprenditore in stato di crisi o di insolvenza; egli potrà proporre ai creditori un progetto che appaia idoneo a consentire il risanamento dell’esposizione debitoria dell’impresa e ad assicurare il riequilibrio della situazione finanziaria. Come già previsto dalla disciplina previgente, un professionista indipendente deve provvedere all’attestazione della veridicità dei dati aziendali  e della fattibilità economica del piano. L’imprenditore potrà, dunque, raggiungere un accordo con uno o più creditori diretto alla rinegoziazione dei debiti in esecuzione di quanto previsto nel piano. Quello che lo distingue da un normale accordo stragiudiziale è la stabilità conferita agli atti posti in essere in esecuzione del piano stesso: essi vanno esenti da revocatoria e da procedimenti penali per il reato di bancarotta. I vantaggi principali sono l’assenza di un controllo giudiziale preventivo, la riservatezza dello strumento, l’assenza di alcuna forma di spossessamento.

Uso del telefono cellulare alla guida; è legittima la multa inflitta anche senza telefonare

È possibile impugnare una multa per uso del telefono alla guida quando questo, non utilizzato, è stato semplicemente visto nelle mani del conducente durante la marcia?

Per rispondere alla domanda occorre prendere le mosse dalla disciplina dettata dal codice della strada e, più precisamente, dall’art. 173 laddove al secondo comma prevede che: “E’ vietato al conducente di far uso durante la marcia di apparecchi radiotelefonici (es: smartphone, computer portatili, notebook, tablet e dispositivi analoghi che comportino anche solo temporaneamente l’allontanamento delle mani dal volante) ovvero di usare cuffie sonore, fatta eccezione per i conducenti dei veicoli delle forze armate e dei Corpi di cui all’articolo 138, comma 11, e di polizia. È consentito l’uso di apparecchi a viva voce o dotati di auricolare purché il conducente abbia adeguate capacità uditive ad entrambe le orecchie che non richiedono per il loro funzionamento l’uso delle mani”.

La norma richiamata, al fine di garantire la massima attenzione dell’automobilista durante la guida ed il pieno controllo del veicolo, vieta quindi ogni utilizzo di apparecchi tecnologici che comportino anche solo temporaneamente l’allontanamento delle mani dal volante.

Ne deriva che, indipendentemente dall’uso che se ne dovesse fare, essere colti con il telefono in mano durante la marcia legittima il pubblico ufficiale ad irrogare la sanzione.

Vale la pena precisare che per “far uso durane la marcia”, si intende non solo il momento in cui il veicolo è in movimento ma anche la situazione di “arresto” dovuta ad esigenze della circolazione, come per esempio l’attesa ad un incrocio semaforico (conferma ciò la Sent. Cass. 23331/2020 secondo cui “Il divieto, posto dall’art. 173, comma 2, cod. strada, di fare uso di apparecchi radiotelefonici durante la marcia permane nel caso di arresto del veicolo dovuto – come nell’ipotesi di impegno di un incrocio, in attesa del passaggio delle vetture con precedenza e con obbligo di sgomberare l’area nel più breve tempo possibile – ad esigenze della circolazione, risiedendo la “ratio” di tale prescrizione nella necessità di impedire comportamenti in grado di provocare una situazione di pericolosità nella circolazione stradale, inducendo il guidatore a distrarsi ed a non consentire di avere, con certezza, il completo controllo del veicolo in movimento”).

Assodata la portata ed il contenuto precettivo della norma del CdS, ci si interroga ora su come fare per eventualmente vincere la parola del Vigile Urbano, del Poliziotto o di qualsiasi altro Pubblico Ufficiale a ciò abilitato, qualora si affermi che la contestazione della multa sia originata da un’erronea valutazione/percezione della situazione fattuale esistente al momento della presunta violazione delle norme del Codice (ciò può accadere ad esempio se si sostiene che, nel momento in cui si è stati visti dal Vigile, si aveva tra le mani la custodia degli occhiali anziché lo smartphone).

Premesso che nel nostro ordinamento la parola del Pubblico Ufficiale gode di una fede privilegiata accordata direttamente dalla legge all’atto pubblico (ossia l’atto redatto da un Pubblico Ufficiale, come può essere il Vigile Urbano), che fa piena prova fino a querela di falso dei fatti che il P.U. attesta essere avvenuti in sua presenza, al fine di poter compiutamente contestare i fatti riportati nel verbale della multa sarà necessario – oltre ad impugnare la multa con ricorso al giudice di pace nei 30 giorni successivi alla notifica/contestazione – dar ulteriormente corso al procedimento di querela di falso.

Il procedimento di querela di falso è per l’appunto l’unico procedimento utilizzabile al fine di dimostrare che le affermazioni riportate dal Pubblico Ufficiale nel verbale di contestazione sono false.

Ai sensi dell’art. 221 c.p.c. la querela dovrò contenere, a pena di nullità, l’indicazione degli elementi e delle prove della falsità, e dovrà essere proposta personalmente o a mezzo di procuratore speciale; in tale procedimento, per vincere la parola del P.U., si potrà utilizzare qualsiasi mezzo di prova.

In ordine alla necessaria attivazione del procedimento di querela di falso si riporta un estratto della recente sentenza Cass. 10870/2018, secondo cui: “Per contestare l’efficacia probatoria del verbale, l’unico rimedio era la querela di falso, che consente di verificare la correttezza dell’operato del pubblico ufficiale ed ogni questione attinente l’alterazione del verbale, pur se involontaria o dovuta a cause accidentali”.